No logo di Naomi Klein

Come anticipato nell’articolo della scorsa settimana, ho deciso che a dicembre approfondiremo il capitalismo, per affrontare lo shopping natalizio in modo più coscienzioso e informato.

Già dalla metà dell’Ottocento si parlava di questo tema controverso e l’esempio più famoso è senz’altro Il Capitale (1867). L’opera di Marx presenta un resoconto sistematico della natura e dello sviluppo del capitalismo, ma esplora anche i modi in cui i lavoratori venivano sfruttati dal metodo di produzione capitalistico. Leggendolo oggi, si potrebbe pensare che le condizioni disumane dell’epoca vittoriana sono ormai lontane e superate.

Tuttavia Naomi Klein dimostra che esse non sono affatto sparite, si sono solo trasferite lontano dal mondo occidentale e quindi dagli occhi del consumatore.

A 21 anni esatti dalla sua uscita, No logo resta il libro più importante e famoso della giornalista canadese che ha ormai pubblicato moltissimi libri su diversi argomenti legati al capitalismo e alla crisi climatica. Quest’opera divenne immediatamente un cult per il movimento no-global, perché uscì un mese dopo gli scontri di Seattle del 1999 ed era in linea con gli ideali dei manifestanti – per approfondire questi avvenimenti consiglio il film Battle in Seattle di Stuart Townsend (Redwood Palms Pictures, 2007). È importante evidenziare subito che Klein non è affatto contraria alla globalizzazione, ma ritiene che si debba sapere esattamente dove, come e da chi vengono prodotti i nostri beni di consumo.

no logo
no logo

Il libro, così come l’omonimo cortometraggio uscito nel 2003 recuperabile su Youtube, si divide in quattro parti che mostrano i principali problemi derivati dalla politica di branding delle grandi aziende:
– no space, non esistono più le fabbriche in loco e il marchio non vende più un prodotto ma uno stile di vita;
– no choice, le multinazionali hanno completo monopolio sul mercato e il consumatore non ha più scelta;
– no jobs, il settore manifatturiero si sposta nei paesi del terzo mondo e gli operai locali sono costretti a cercare lavori precari e con scarso compenso;
– no logo, i movimenti che negli anni Novanta cominciavano a opporsi al consumismo statunitense e poi globale.

Per fortuna e grazie a libri come No logo, lo sfruttamento capitalistico esercitato dalle multinazionali è ormai conosciuto e dopo vari scandali alcune aziende sono anche state costrette ad ammettere i propri errori e a cambiare il metodo di produzione dei loro prodotti. Tuttavia non dobbiamo compiere di nuovo l’errore di pensare che quelle condizioni disumane siano rimaste nel passato.
In un’intervista del 2019 per il Guardian, Naomi Klein si lamenta del fatto che, nonostante il mondo sia più globalizzato che mai, il consumatore medio è ancora molto disconnesso dalla realtà della produzione dei beni che utilizza. Questo è dovuto, secondo lei, alla quantità eccessiva di informazioni che riceviamo online, per cui siamo interessati a una causa solo per 5 secondi. Inoltre rispetto agli anni Duemila in cui si poteva scegliere di non mangiare da McDonald’s o non comprare le scarpe della Nike, oggi è quasi impossibile non usare i prodotti delle grandi “tech corporations”, come Google, Facebook, Amazon, Apple o Microsoft, che per di più conoscono perfettamente i gusti e le abitudini dei loro consumatori.

Per concludere con un po’ di ottimismo, bisogna ammettere che alcuni cambiamenti stanno avvenendo: Bill Gates è ormai considerato un filantropo e persino Jeff Bezos ha creato un fondo per tutelare l’ambiente dalla crisi climatica, nonostante la sua azienda sia al centro di numerosi scandali. Credo che l’insegnamento di No logo non sia solo quello di consumare più eticamente i prodotti, ma piuttosto quello di chiedere alle aziende, in quanto loro consumatori, di fare per prime la scelta più etica ed ecologica.

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