Accordo di Parigi sul clima

Parigi non è nuova alle rivoluzioni, ma questa è la più bella e pacifica che ci sia mai stata.” Così esordì Francois Hollande la sera del 12 Dicembre 2015 per salutare il raggiunto accordo sul clima, l’Accordo di Parigi.

Si sente molto parlare dell’Accordo di Parigi soprattutto in questi giorni, il 12 Dicembre scorso infatti si celebravano e traevano le prime somme a 5 anni dalla sua stipulazione.

Ma perché questo accordo ha così importanza? 

L’Accordo di Parigi, firmato da 196 paesi il 12 Dicembre 2015 a Le Bourget, vicino Parigi, nel corso della COP21 (Conference of Parts) è il primo accordo universale giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici ed è stato firmato dagli stati membri della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

A questo giro, a differenza di sei anni prima dove un possibile accordo si era arenato, ha aderito tutto il mondo, compresi i quattro paesi ritenuti più inquinanti: Europa, Cina, India e Stati Uniti. L’UE ha formalmente ratificato l’accordo il 5 ottobre 2016, consentendo in tal modo la sua entrata in vigore il 4 novembre 2016. Affinché l’accordo entrasse in vigore, almeno 55 paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni globali hanno dovuto depositare i loro strumenti di ratifica.

Accordo di Parigi per il contrasto al cambiamento climatico: oggi entra in vigore

Le parole chiave: mitigazione e riduzione delle emissioni

Le tappe findamentali alle quali i paesi si sono promessi di ambire nell’accordo sono espressi nell’articolo 2 (qui il link al testo integrale) e sono:

  • Mantenere l’incremento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, limitare l’aumento della temperatura a 1.5°C rispetto ai livelli pre-industriali, riconoscendo che questo ridurrà significativamente i rischi e l’impatto dei cambiamenti climatici.
  • Incrementare la capacità di adattamento al cambiamento climatico in modo da non danneggiare la produzione di cibo.
  • Investire consistentemente nella riduzione delle emissioni e pensare città sempre più resilienti, pronte quindi a fronteggiare le future sfide climatiche.

Punto cardine dell’accordo è che nessuno sia lasciato indietro. Per i paesi in via di sviluppo, tuttavia, l’impegno per la riduzione delle emissioni è di più difficile realizzazione visto il bisogno di far crescere le loro economie e ridurre la povertà, cosa che in realtà non è affatto contrastante con la riduzione delle emissioni.

L’Accordo di Parigi non stanzia nuovi fondi, ma specifica che i paesi sviluppati devono provvedere a stanziare risorse finanziarie a favore dei paesi in via di sviluppo a partire dal 2020. Tale somma ammonta a 100 milioni di dollari l’anno e servirà per supportare gli sforzi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico che tali paesi incontreranno. Tali soldi arriveranno tramite diverse forme; sovvenzioni, equipaggiamento e competenze tecniche.

accordo di Parigi

Come si terrà nota dei progressi?

I vari paesi prendenti parte all’accordo dovranno tenere una sorta di diario dove annotare i propri progressi e futuri obiettivi i quali saranno poi resi pubblici durante le successive Conferenze delle Parti. Le nazioni che hanno firmato l’Accordo di Parigi si impegnano a:

  • riunirsi ogni 5 anni per valutare i progressi collettivi verso gli obiettivi a lungo termine e informare le parti affinché aggiornino e migliorino il loro impegno a livello nazionale.
  • riferire agli altri Stati membri e all’opinione pubblica cosa stanno facendo per diminuire le emissioni di gas serra
  • segnalare i progressi compiuti verso gli impegni assunti con l’accordo attraverso un solido sistema basato sulla trasparenza e la responsabilità

Ma oggi che l’Accordo di Parigi compie 5 anni a che punto siamo?

Per tenere alta l’attenzione sull’emergenza climatica, prende il via in questi giorni il Climate Ambition summit virtuale organizzato da Nazioni Unite, Regno Unito e Francia in partnership con Italia e Cile. L’obiettivo è di fare un bilancio degli ultimi cinque anni sull’azione dei paesi contro il climate change e fissare nuovi obiettivi così da aprire la strada alla COP26 di Glasgow in programma per Novembre 2021.

Si è fatto però ancora troppo poco, infatti, a 5 anni dalla sottoscrizione dell’accordo 164 stati non hanno ancora un piano ben delineato per ridurre il riscaldamento globale entro il 2030 o il 2050. 

Gli Stati Uniti, con un’elevata incidenza nel campo delle emissioni di gas serra, sono momentaneamente usciti dall’accordo, lo ha annunciato Trump il 4 Novembre 2020 al summit virtuale dicendo: “per proteggere i lavoratori ho ritirato il Paese dall’accordo elaborato per uccidere l’economia americana.” Per fortuna a vincere le elezioni, e a fare marcia indietro sull’assurda decisione, è Joe Biden che, subito nel discorso della sua vittoria, parla dell’importanza per gli stati Uniti di far parte dell’Accordo di Parigi e ringrazia i paesi e le aziende americane che in questi anni hanno fatto la propria parte permettendo al paese, se non di rispettare gli obiettivi prefissati, almeno di rimanere in corsa per farlo.

Nonostante che, da quando l’Accordo di Parigi sia entrato in vigore il bilancio non sia certo positivo c’è da sottolineare il grande impegno della Cina che ha raggiunto i suoi obiettivi prefissati per il 2020 già nel 2017. Zoppica ancora invece l’Europa, con i migliori risultati portati a casa da Svezia, Francia e Portogallo.

La soglia di +1,5 °C è stata stabilita come limite di sicurezza per evitare i danni più gravi derivanti dal riscaldamento globale. Per non superare questa soglia sarà necessario dimezzare le emissioni nette di gas serra entro il 2030 e azzerarle entro il 2050. Fattibile? Dovrà esserlo se vogliamo evitare uno scenario distopico. I più plausibili modelli climatologici ipotizzano infatti un aumento della temperatura di +1.5 °C nel periodo 2026-2042 e +2 °C nel periodo 2038-2072. Se non faremo niente arriveremo nel 2100 a oltre +5 °C e ciò significherà desertificazioni, inondazioni, ingente aumento dei fenomeni meteorologici estremi, severi danni alle foreste tropicali, drastica riduzione della biodiversità, crollo dei raccolti nelle fasce tropicali, instabilità politica e una significativa riduzione dell’aspettativa di vita.

Questo scenario è però evitabile. I modelli studiati dagli scienziati mostrano come, se si raggiungessero gli obiettivi individuati nell’Accordo di Parigi, si arriverebbe ad un aumento della temperatura di +1,6 °C nel 2050 e +1,5 °C nel 2100. Occorre però muoversi subito. Le conoscenze non mancano e la tecnologia si può sviluppare: quello che manca sono politiche transnazionali serie e urgenti. Abbiamo visto con la pandemia di COVID-19 cosa succede ad affrontare una crisi globale senza l’urgenza e le tempistiche necessarie. 

E la crisi climatica non è meno grave, anzi, tutt’altro; a ricordarci quanto poco manca, vigile in Union Square, in una delle città più frenetiche al mondo, c’è il Carbon Clock, messo lì per ammonire Trump certo, ma anche tutti noi.

countdown

Continua la lettura:
Dieci azioni che fanno bene all’ambiente e a te stesso

Un argomento che viene spesso sollevato nei confronti di chi sceglie di essere un cittadino e consumatore consapevole è che Read more

E se ci venisse chiesto di rinunciare ai viaggi in aereo?

E’ noto a tutti che l’industria aeronautica è tra le industrie in prima linea per le emissioni di gas serra Read more